Aria di ottobre

 


Ottobre, una volta, era l’inizio vero della scuola.

Settembre serviva a ritrovarsi. A vedere quanto erano cambiati gli altri durante l’estate, a scegliere il posto in classe, a promettersi che quell’anno si sarebbe studiato un po’ di più. C’era ancora l’orario provvisorio, qualche uscita anticipata, il caldo che entrava dalle finestre.

Poi arrivava ottobre e sul diario si scriveva l’orario definitivo. La settimana prendeva forma: sapevi quale giorno sarebbe stato più pesante e quale pomeriggio ti avrebbe lasciato il tempo per uscire.

La mattina cominciava a fare fresco. Uscivo con una maglia più pesante e, andando a scuola, cercavo il lato della strada dove batteva il sole. All’ombra, soprattutto quando tirava un po’ di vento, si sentiva già l’inverno.

Ma erano i pomeriggi a farmi capire che l’estate era finita davvero.

Cominciavo i compiti con la luce della finestra e, quando alzavo gli occhi dal quaderno, bisognava accendere la lampada. Dalla cucina arrivavano i rumori della cena, nell’altra stanza c’era la televisione. Ogni tanto qualcuno chiedeva se avevo finito.

C’era una malinconia leggera in quelle ore. La sentivo senza darle un nome, mentre pensavo alla domenica, alle vacanze di Natale, a quanto mancava a giugno.

Oggi mi fermerei volentieri in uno di quei pomeriggi. Anche soltanto fino al momento in cui qualcuno mi chiamava per cena e io rispondevo: «Arrivo», senza neppure alzare la testa.

Forse ottobre mi è rimasto così caro perché è un po’ la sera dell’anno. Mi tornano in mente le parole di Foscolo: «Forse perché della fatal quiete tu sei l’immago».

Quando accendo una lampada e fuori è già buio, ripenso alla stanza in cui facevo i compiti. A volte basta un odore dalla cucina, una vecchia canzone alla radio, e per un momento mi sembra di essere ancora lì. Intanto la sera scende anche qui, sulla casa di oggi, e io rimango ad ascoltare.

Poi penso a domani, alle cose da fare, alle persone che vedrò. Mi alzo e torno alla mia serata.

Ottobre è appena cominciato.


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