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L’attesa

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  L’attesa Ci sono attese che non fanno rumore. Eppure ti spaccano dentro. Restano accanto, mute, come una mano invisibile sul petto. Respiri piano, quasi per non disturbare il tempo. Guardi una porta. Una luce bianca. Un corridoio immobile. Vorresti che tutto finisse. Vorresti che nulla cambiasse. E rimani lì, in mezzo a queste due paure. Ci sono momenti in cui l’attesa non è speranza e non è disperazione. È una terra sospesa. Un punto fragile della vita in cui capisci che amare, a volte, significa non poter fare niente. Solo restare. E allora tornano le parole. Quelle dette male. Quelle rimandate. Quelle tenute in tasca per anni, come se il tempo fosse infinito. Ma il tempo, a un certo punto, si stringe. Diventa una stanza, una sedia, un corridoio troppo lungo, un silenzio che pesa più di tutto. Fuori qualcosa continua. Ma non ti riguarda più. Tu sei lì. Con il cuore pieno e le mani vuote. A tenere accesa una piccola luce me...

Il nostro futuro

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L’umanita non va verso la fine. Va verso una selezione durissima. Non tra chi è “forte” e chi è “debole”, ma tra chi saprà adattarsi velocemente e chi resterà fermo a un mondo che non esiste più. Secondo me il futuro sarà così. Nei prossimi 5-10 anni , l’intelligenza artificiale diventerà invisibile. Non sarà più “uso ChatGPT” o “uso un’app”. Sarà dentro banche, medicina, scuola, consulenza, giustizia, assicurazioni, pubblica amministrazione, marketing, sicurezza. Come l’elettricità. La useremo senza pensarci. Il salto è già evidente: secondo lo Stanford AI Index 2025, alcuni sistemi AI hanno avuto miglioramenti enormi su benchmark difficili, e su SWE-bench, legato alla programmazione, si è passati dal 4,4% di problemi risolti nel 2023 al 71,7% nel 2024.   Il lavoro non sparirà in blocco. Però cambierà il suo centro. La domanda non sarà più: “Sai fare questa cosa?” Ma: “Sai farla meglio, più velocemente, con l’aiuto delle macchine?” L’FMI stima che circa il 40% dell’occupaz...

Il circolo

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  C’era una ragazza che mi piaceva quando andavo alle superiori. Ma aveva quel difetto lì, il più crudele di tutti: non sembrava minimamente interessata a me. Le estati iniziavano sempre nello stesso posto. Al circolo vicino all’oratorio. Anche se chiamarlo “circolo” era riduttivo. Era mezzo paese. Uno di quei posti dove, prima o poi, era passata mezza città. Un piccolo miracolo quotidiano. Una struttura enorme, piena di voci, biciclette appoggiate male e motorini parcheggiati storti. La luce del bar attirava gente in continuazione, come succede ai posti che sembrano vivi anche quando non sta accadendo niente. C’erano tavolini da quattro sparsi ovunque, carte consumate tra le mani degli uomini più grandi, bibite lasciate a scaldarsi mentre le sedie strisciavano piano sul pavimento. Ci passavano tutti. Quelli del calcetto. Le coppie già innamorate. I ragazzini troppo piccoli per stare lì e quelli troppo grandi per ammettere di tornarci ancora. E poi le serate da ...