Ciao papà


Spesso immaginiamo il dolore e la felicità come due estremi opposti.


Come se, quando finisce l’uno, potesse cominciare l’altra.


Oggi, guardando il vuoto che papà ha lasciato, ho capito che non è così.


La felicità e il dolore non sono davvero contrari. Possono perfino abitare lo stesso ricordo: possiamo sorridere pensando a ciò che abbiamo vissuto e, nello stesso istante, sentire una ferita profondissima.


Il vero confine non è tra la felicità e il dolore.
È tra il dolore e l’assenza.


Perché il dolore, per quanto terribile, è ancora una forma di presenza. È la prova che qualcuno ha abitato profondamente la nostra vita. L’assenza, invece, è il vuoto lasciato da una presenza che non possiamo più raggiungere.


Ed è forse per questo che la morte ci spaventa così tanto. Non soltanto perché interrompe una vita, ma perché lascia stanze vuote dentro chi rimane.


Saranno le abitudini che continueremo quasi per inerzia.
I messaggi che non gli scriveremo più.
La sua sedia a tavola.
Sarà pronunciare la parola “papà” e accorgersi che, all’improvviso, quella parola è diventata silenzio.


Eppure il dolore che proviamo oggi, in qualche modo, ci salva.


Perché il dolore almeno parla.
Brucia. Fa mancare il respiro. Ci schiaccia.
Ma parla.


Il dolore è vivo. Sanguina, si contorce, ma è il sussulto di chi continua a sentire. E finché fa così male, significa che l’eco del suo amore ci abita ancora.


Significa che papà è esistito davvero.
Che è passato nelle nostre vite lasciando una traccia che il tempo non riuscirà a cancellare.


L’assenza, invece, è quel momento assurdo in cui usciremo da qui e vedremo che il mondo là fuori continua identico.


Le macchine passeranno.
Le persone parleranno.
Il giorno andrà avanti.


Mentre il nostro mondo sarà cambiato per sempre.


Oggi capisco perché l’amore e la fine si somigliano così tanto.


Entrambi ci costringono a uscire da noi stessi.
Entrambi ci disarmano.
Ci rendono fragili, vulnerabili.
Entrambi lasciano una traccia che niente e nessuno potrà lavare via.


Questo dolore è il prezzo che paghiamo per aver amato.


E forse è un prezzo giusto. Perché niente di così prezioso ci viene dato gratuitamente nella vita.


Papà ci ha dato tantissimo. E il vuoto enorme che sentiamo oggi è anche la misura esatta di ciò che abbiamo ricevuto.


E se cerco l’immagine più pura e più alta di questo amore, la trovo guardando te, mamma.


In tutti questi anni sei stata, ai miei occhi, una persona santa.


Hai voluto così bene a papà da sacrificarti per lui. Ma non parlo di un sacrificio inteso come rinuncia triste. Parlo del significato più antico e profondo di questa parola: rendere sacro.


Tu hai reso sacro ogni giorno.


Hai reso sacra ogni notte passata sveglia, ogni gesto di cura, ogni fatica, ogni silenzio.


Il tuo amore incessante ha trasformato l’assistenza in qualcosa di più grande: un rito prezioso, una promessa mantenuta fino alla fine.


Hai protetto la sua dignità.
Lo hai accompagnato.
Non lo hai lasciato solo, nemmeno per un istante.


Ed è proprio grazie a questo amore immenso che oggi, nel giorno in cui la morte sembra voler pronunciare l’ultima parola, noi possiamo scegliere una parola diversa.


Oggi non vogliamo celebrare la morte.


Vogliamo celebrare la vita.


La vita piena che papà ha vissuto. L’amore forte che ha saputo generare. Quello che ha donato e quello, immenso, che ha ricevuto da te, mamma, e da tutti noi.


Questo dolore è il pegno del nostro legame.


È il prezzo dell’avergli detto, per tutti questi anni:


“Tu, per me, conti.”


Per questo oggi non piangiamo soltanto ciò che abbiamo perduto.


Celebriamo anche ciò che, per un tempo bellissimo e irripetibile, abbiamo avuto davvero.


E che continuerà a vivere dentro di noi.


Ciao, papà.


Commenti

Post popolari in questo blog

Quando una stella muore

VIAREGGIO AMORE MIO (MI RIORDO) Egisto Malfatti

Monologo finale Ultimo Bacio