Il nostro futuro
L’umanita non va verso la fine. Va verso una selezione durissima. Non tra chi è “forte” e chi è “debole”, ma tra chi saprà adattarsi velocemente e chi resterà fermo a un mondo che non esiste più.
Secondo me il futuro sarà così.
Nei prossimi 5-10 anni, l’intelligenza artificiale diventerà invisibile. Non sarà più “uso ChatGPT” o “uso un’app”. Sarà dentro banche, medicina, scuola, consulenza, giustizia, assicurazioni, pubblica amministrazione, marketing, sicurezza. Come l’elettricità. La useremo senza pensarci. Il salto è già evidente: secondo lo Stanford AI Index 2025, alcuni sistemi AI hanno avuto miglioramenti enormi su benchmark difficili, e su SWE-bench, legato alla programmazione, si è passati dal 4,4% di problemi risolti nel 2023 al 71,7% nel 2024.
Il lavoro non sparirà in blocco. Però cambierà il suo centro. La domanda non sarà più: “Sai fare questa cosa?” Ma: “Sai farla meglio, più velocemente, con l’aiuto delle macchine?” L’FMI stima che circa il 40% dell’occupazione globale sia esposta all’AI, con una quota ancora più alta nelle economie avanzate. Questo non significa licenziamenti automatici, ma significa pressione fortissima su lavori amministrativi, analitici, junior, ripetitivi, anche qualificati.
La mia previsione è questa: non vinceranno i più tecnici. Vinceranno gli ibridi.
Chi conosce una materia vera — finanza, diritto, medicina, edilizia, comunicazione, impresa — e saprà usare l’AI come leva. Il puro esecutore sarà fragile. Il puro creativo senza disciplina sarà fragile. Il professionista aumentato, invece, diventerà potentissimo.
Sul piano sociale vedo un rischio enorme: una nuova frattura. Non solo ricchi e poveri. Ma aumentati e non aumentati. Persone che lavorano con strumenti moltiplicativi e persone che subiscono decisioni prese da sistemi che non capiscono. Questo può creare rabbia, populismo, sfiducia, complottismo, solitudine. Il World Economic Forum, nel Global Risks Report 2026, descrive già un contesto globale segnato da incertezza, competizione, indebolimento della cooperazione e perdita di fiducia.
Sulla demografia, prevedo un mondo più vecchio, più ansioso e più concentrato sulle migrazioni. La popolazione mondiale non crescerà all’infinito: secondo le proiezioni ONU elaborate da Our World in Data, il picco è atteso intorno al 2084, poco sotto i 10,3 miliardi di persone. Il tema vero, però, sarà lo squilibrio: paesi anziani e ricchi da una parte, paesi giovani e fragili dall’altra.
Sul clima sono meno apocalittico di molti, ma molto preoccupato. Non credo a una “fine del pianeta”. Il pianeta se la cava. Il problema siamo noi: città, coste, agricoltura, assicurazioni, migrazioni, salute. L’IPCC dice chiaramente che ogni incremento del riscaldamento aumenta rischi multipli e contemporanei, e che le scelte di questo decennio avranno effetti per secoli o millenni.
La buona notizia è che l’energia pulita correrà molto. L’IEA prevede quasi 4.600 GW di nuova capacità rinnovabile tra 2025 e 2030, il doppio rispetto ai cinque anni precedenti, con il solare protagonista. Però non basterà “installare pannelli”. Serviranno reti, accumuli, nucleare in alcuni paesi, efficienza, nuove regole. E l’AI stessa consumerà energia. Quindi il futuro tecnologico e il futuro energetico diventeranno la stessa cosa.
La mia previsione più profonda è questa: il problema centrale del futuro non sarà tecnologico. Sarà spirituale, educativo, umano.
Avremo strumenti sempre più potenti. Ma non è detto che avremo persone più mature. Potremo vivere più a lungo, sapere di più, curarci meglio, produrre di più. Ma potremo anche diventare più soli, più manipolabili, più dipendenti da schermi e conferme immediate.
Per questo vedo tre futuri possibili.
Il primo è il futuro “brutto ma non catastrofico”: tanta tecnologia, tanta disuguaglianza, classi medie schiacciate, politica aggressiva, giovani disorientati, anziani protetti male, clima più instabile. È uno scenario molto possibile.
Il secondo è il futuro “rinascimentale”: AI usata per medicina, istruzione personalizzata, ricerca scientifica, produttività, energia pulita, riduzione dei lavori alienanti. L’uomo torna a fare più pensiero, relazione, creatività, cura. Possibile anche questo, ma richiede istituzioni serie e cultura.
Il terzo è il futuro “a macchia di leopardo”, che secondo me è il più probabile: pezzi di mondo molto avanzati, quasi futuristici, e altri pezzi lasciati indietro. Persone che vivranno nel 2040 e persone che, mentalmente ed economicamente, resteranno nel 2005.
Quindi, se devo dirla in una frase:
l’umanità non sarà distrutta dalla tecnologia. Sarà messa davanti allo specchio dalla tecnologia.
E lì si vedrà tutto.
La nostra intelligenza.
La nostra avidità.
La nostra paura.
La nostra capacità di educare i figli.
La nostra capacità di restare umani quando le macchine sembreranno più brave di noi.
La mia previsione finale è questa: il futuro premierà chi saprà unire competenza, sensibilità e adattamento. Non chi saprà tutto. Non chi correrà soltanto. Ma chi saprà cambiare senza perdere il centro.

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