Il circolo
C’era una ragazza che mi piaceva quando andavo alle superiori.
Ma aveva quel difetto lì, il più crudele di tutti: non sembrava minimamente interessata a me.
Le estati iniziavano sempre nello stesso posto.
Al circolo vicino all’oratorio.
Anche se chiamarlo “circolo” era riduttivo.
Era mezzo paese. Uno di quei posti dove, prima o poi, era passata mezza città. Un piccolo miracolo quotidiano.
Una struttura enorme, piena di voci, biciclette appoggiate male e motorini parcheggiati storti.
La luce del bar attirava gente in continuazione, come succede ai posti che sembrano vivi anche quando non sta accadendo niente.
C’erano tavolini da quattro sparsi ovunque, carte consumate tra le mani degli uomini più grandi, bibite lasciate a scaldarsi mentre le sedie strisciavano piano sul pavimento.
Ci passavano tutti.
Quelli del calcetto.
Le coppie già innamorate.
I ragazzini troppo piccoli per stare lì e quelli troppo grandi per ammettere di tornarci ancora.
E poi le serate da ballo.
Le casse gracchiavano dalla pista di pattinaggio e le luci colorate si muovevano lente nel buio.
Noi ci sentivamo improvvisamente adulti, pur avendo ancora paura di quasi tutto.
Io arrivavo sempre un po’ prima.
Con quella strategia silenziosa che hanno i ragazzi innamorati: esserci già quando arriva lei.
Lei invece entrava leggera.
Salutava tutti.
Aveva quel talento naturale di certe persone: rendere più vivo un posto semplicemente comparendo.
Con me era gentile.
Mai abbastanza da farmi stare tranquillo, mai abbastanza poco da farmi smettere di sperarci.
Così passavano le sere.
Io seduto a uno di quei tavolini, fingendo conversazioni che non ascoltavo davvero.
Lei da qualche parte dentro quel rumore di bicchieri, carte sbattute e canzoni estive.
Poi arrivò la quinta superiore.
Ed è strano come certe svolte della vita si presentino senza musica, senza effetti speciali.
Solo con una frase detta piano:
«Mi dai una mano?»
Non ricordo nemmeno la materia.
Ricordo però il tavolino.
Sempre quello.
Piccolo. Di plastica bianca.
Con le sedie che traballavano appena.
Attorno il circolo continuava a vivere.
Le tazzine del bar.
Le risate troppo forti.
Qualcuno che urlava per una partita a carte persa male.
E intanto il tempo passava senza che me ne accorgessi.
Le nostre “ripetizioni” dovevano durare un’ora.
Almeno ufficialmente.
Ma certe ore, a diciott’anni, non seguono l’orologio.
Si allungano. Respirano diversamente.
Fuori iniziava a scendere la sera piano.
Le luci diventavano più calde.
E noi ancora lì.
Con i quaderni aperti.
Lei ogni tanto si avvicinava per guardare meglio gli esercizi.
Io smettevo immediatamente di capire quello che stavo spiegando.
«Aspetta… rifammelo.»
E io ricominciavo da capo. Sempre.
Poi finiva quasi sempre allo stesso modo.
Un gelato preso al bar del circolo.
Io che cercavo disperatamente di rallentare tutto.
Perché i gelati hanno questa cattiveria qui: se li fai durare troppo si sciolgono.
E forse anche certi momenti della vita.
Ci sono attimi che sul momento sembrano minuscoli.
Poi passano gli anni e diventano enormi.
Non successe niente.
Niente davvero.
Mai un bacio.
Mai una dichiarazione.
Mai una scena da film.
Eppure quel niente mi è rimasto dentro più di tante cose successe davvero.
Perché certe persone non entrano nella tua vita.
Entrano nella tua memoria.
Il circolo nel frattempo era già cambiato.
Un pezzo alla volta, quasi senza farsene accorgere.
Hanno spostato cose, tolto insegne, acceso luci più fredde.
Hanno cambiato tavoli, sistemato muri, rimesso a nuovo quello che sembrava vecchio.
Come succede alle persone quando crescono troppo in fretta.
E certe sere, tornando lì, avevo la sensazione strana di riconoscere tutto senza ritrovare davvero niente.
Adesso però lo stanno distruggendo davvero.
Modernità, dicono.
Lo rifaranno nuovo.
Più bello. Più efficiente.
Ma io continuo a pensare che certi posti non dovrebbero essere moderni.
Dovrebbero solo restare lì.
Perché dentro quei muri non c’erano sedie o cemento.
C’erano attese.
Speranze minuscole.
Estati intere.
C’era un ragazzo che spiegava male una lezione pur di restare altri dieci minuti vicino a una ragazza.
Ogni tanto penso che mentre tireranno giù quei muri, da qualche parte sotto la polvere rimarrà ancora la nostra voce.
Lei che dice:
«Aspetta… rifammelo.»
Ed io che avrei rifatto tutto da capo.
Per sempre.

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